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Facebook e diffamazione: cosa non si può scrivere

Published by
Matteo Runchi

Le discussioni sui social network come Facebook riflettono spesso il peggio delle persone coinvolte, portando a scambi poco civili.

Su internet non è sempre chiaro il confine tra mera maleducazione e reato di diffamazione che può portare a conseguenze anche gravi.

Eco di Milano

Una sentenza della Corte di Cassazione però ha recentemente stabilito alcuni parametri secondo i quali un commento pubblicato sui social network possa consistere in diffamazione. Un giudizio che, come si dice in gergo, farà giurisprudenza sui casi futuri, e al quale quindi bisogna prestare particolare attenzione se non si vuole finire davanti ad un giudice. Ecco cosa è accaduto e come evitare di essere querelati.

Cosa non si può più pubblicare su Facebook per la Cassazione

I social network rappresentano un territorio ancora complesso da gestire per la legge. Nonostante norme e sentenze abbiano negli anni stabilito cosa si possa e non si possa fare sui social, rimangono ancora parecchie zone grigie in cui la magistratura deve fare chiarezza. Tra queste la questione di cosa consista in diffamazione e cosa no nei commenti di una piattaforma come Facebook è ancora oggetto di dibattito.

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha aiutato però a stabilire un altro confine in questo ambito. Nel caso esaminato, già passato in giudizio in primo e secondo grado, l’imputata ha pubblicato sulla propria pagina Facebook una lettera di messa in mora ricevuta dalla della parte lesa, per un debito non pagato. Ad essa ha aggiunto espressioni ingiuriose di commento all’accaduto, un post definito “Dal contenuto offensivo e denigratorio”.

È stata l’imputata a presentare il ricorso in Cassazione dopo due condanne, in primo grado e in appello. La Corte ha respinto il ricorso, confermando quindi le condanne e stabilendo che atti del genere consistono in diffamazione. Oggetto del giudizio dei magistrati è stata la violenza diffamatoria delle espressioni utilizzate dall’imputata, che sarebbero state finalizzate a esporre la parte offesa all’umiliazione pubblica. Esclusa anche la giustificazione per contiguità temporale, dato che tra l’arrivo della lettera e il post era passato molto tempo.

Diffamazione, come è definita e cosa si rischia

Anche su Facebook è quindi possibile incorrere nel reato di diffamazione. Il reato si basa sulla tutela della reputazione della parte lesa. È regolato dall’articolo 595 del codice penale e limita una libertà costituzionale, quella di espressione e di pensiero, garantita dall’articolo 21. La diffamazione è diversa dall’ingiuria, che dal 2016 non è più reato penale. La prima si configura in assenza della persona diffamata e solo se l’accusa diffamante viene comunicata a più persone.

È facile notare come i social network siano terreno fertile per un’accusa simile, in quanto per loro stessa natura si rivolgono ad un ampissimo numero di persone. Le pene per diffamazione arrivano fino a tre anni di carcere e a 2000 euro di multa. Il tipo meno grave di diffamazione è quella semplice, che prevede il carcere fino a un anno.

C’è poi quella riferita ad un fatto specifico, che aumenta la pena a due anni. Infine la più grave è la diffamazione a mezzo stampa o altro mezzo pubblicitario, che prevede la pena massima di tre anni. Internet e i social sono spesso teatro del terzo e più grave tipo di diffamazione, proprio perché potenzialmente possono raggiungere ogni persona del globo.

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Matteo Runchi

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