Un pallone che rimbalza sotto le ciminiere. Un sogno che nasce in spogliatoi stretti e si misura con il fumo dell’industria. “Ilva Football Club” arriva al Teatro Civico Roberto de Silva e porta in scena la frattura più italiana che ci sia: la scelta quotidiana tra lavoro e respiro, tra ambizione e paura, tra ciò che vorremmo e ciò che è.
Al Teatro Civico Roberto de Silva (piazza Jannacci, Rho) accoglie “Ilva Football Club”. È un titolo che suona come una contraddizione, e infatti lo spettacolo vive lì, su quel crinale. La drammaturgia e la regia sono firmate da Usine Baug & Fratelli Maniglio. Il progetto rientra nel percorso “SGUARDI”, con il nome “Campo Teatrale” indicato nei materiali di presentazione. Al momento della stesura, la programmazione risulta prevista a gennaio 2027; la data precisa dev’essere ancora confermata sul calendario ufficiale del teatro.
Cos’è, in concreto, “Ilva Football Club”? È una storia che intreccia la memoria collettiva di Taranto con l’epica minuta del calcio di periferia. Sotto la “fabbrica-città” che per decenni ha sostenuto intere famiglie, qualcuno ha tracciato righe gessate su un campo spelacchiato. Là dove l’aria sapeva di metallo, qualcuno ha gridato “gol”.
Siamo nel perimetro dell’acciaieria più grande d’Europa: uno stabilimento esteso per circa 15 km², con una capacità produttiva storica che ha sfiorato i 10 milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Numeri freddi, che però scaldano (e bruciano) la vita reale. Quartieri, come Tamburi, hanno conosciuto stagioni di allerta ambientale. Famiglie hanno fatto i conti con buste paga e referti medici, con promesse di bonifiche e attese. Lo spettacolo non compila statistiche. Le attraversa. E le restituisce come gesti semplici: un allenamento al buio, un fischio d’arbitro stonato, una madre che chiude la finestra ma lascia la radio accesa per sentire la partita.
La drammaturgia sceglie l’unità minima del sogno italiano: una piccola squadra di fabbrica. Ci sono maglie lavate a mano, scarpette rattoppate, sponsor che arrivano e spariscono. C’è soprattutto quella linea sottile tra orgoglio e rassegnazione. Nella prima parte, il gioco sembra vincere. Il campo diventa un rifugio. La comunità si riconosce in un coro, in uno striscione, in una domenica buona.
Poi il racconto incrina la superficie. La palla corre, ma anche il tempo. Il lavoro entra nello spogliatoio con le sue regole e i suoi rischi. La realtà industriale bussa alla porta del sogno, e il sogno non ha più il fiato per scappare. La regia lavora di sottrazione: luci basse, suoni metallici, corpi che si fermano a metà gesto. Non c’è pietismo. C’è confronto.
“Ilva Football Club” sta in equilibrio tra documento e poesia. Evita le semplificazioni. Indica fatti verificabili, ma lascia allo spettatore lo spazio del dubbio. Cita la scala gigantesca dello stabilimento, il suo impatto su economia e salute, e rimette tutto in mano a un’azione elementare: calciare un pallone. È un teatro che non spiega, ma fa ricordare. E il ricordo, spesso, vale più di una tesi.
Ci si riconosce anche se non si è mai stati a Taranto. Perché tutti, almeno una volta, abbiamo mosso un passo in quella strettoia: rinunciare a qualcosa per tenerne in vita un’altra. L’allenatore chiede “testa e cuore”. La fabbrica chiede “turno e straordinario”. Il corpo risponde come può.
Si esce con un’immagine semplice: un ragazzo che palleggia al tramonto, i silos sullo sfondo, una porta fatta con due zaini. Di fronte, la notte arriva lenta. La domanda resta nell’aria: quante reti possiamo segnare, prima che il fischio finale non lo decida più l’arbitro?
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