Un gioco di specchi tra nomi e desideri, un salotto che ribalta le convenzioni, una risata che punge: al Teatro Civico Roberto de Silva torna la scintilla più elegante di Oscar Wilde. In novembre, in piazza Jannacci 126, la commedia perfetta risuona come una domanda gentile ma impertinente: quanto di noi è verità, quanto abitudine?
A novembre 2026, la Stagione Prosa ORIZZONTI porta in scena al Teatro Civico Roberto de Silva L’Importanza di chiamarsi Ernesto. Testo di Oscar Wilde, regia di Geppy Gleijeses, in compagnia di Lucia Poli. Il titolo è un classico che non invecchia. Ogni volta che appare in cartellone, qualcosa si aggiusta nell’aria: si preparano i tempi, si ripassa la dizione, si affila l’ironia.
La chiamano “commedia perfetta” da più di un secolo. Non è uno slogan. È un meccanismo ad orologeria che unisce equivoci, scambi di identità, promesse d’amore, e una satira puntuale della società vittoriana. Wilde scelse un’idea semplice e geniale: “Ernest” come nome proprio, “earnest” come “serio”. Il doppio senso regge l’impalcatura emotiva e comica. Debuttò nel 1895 al St James’s Theatre di Londra. Tre atti. Dialoghi che scivolano veloci. Una grazia che resiste ai decenni.
Ti siedi, guardi, e capisci perché funziona ancora. Il desiderio di essere presi sul serio. Il bisogno di un alibi elegante per scappare dalle regole. Le parole girano come carte sul tavolo. Wilde le dispone con cura, ma lascia un margine al caso, all’imprevisto. È lì che ridiamo di noi.
In uno spazio contemporaneo come il Roberto de Silva, la precisione dei tempi comici diventa decisiva. La regia di Gleijeses punta di solito su ritmo e chiarezza: niente orpelli, luce sui conflitti, rispetto del testo. Qui ogni pausa ha un peso. Ogni entrata spezza o riallaccia il filo. Bastano un biglietto da visita, un fiore, un the pomeridiano per capovolgere una vita.
La presenza di Lucia Poli aggiunge una qualità rara: l’ascolto. La senti quando una battuta atterra morbidamente, quando un sopracciglio sposta l’asse della scena. È comicità che non urla, e proprio per questo arriva più lontano. Un classico vive se gli attori respirano insieme. È matematica ed è cuore.
Eppure il centro non è solo la trama. È l’effetto a catena. Le bugie bianche diventano maschere fisse. Il “come ci vedono” batte il “come siamo”. I salotti di fine Ottocento somigliano, loro malgrado, ai nostri profili online: curate vetrine di convenzioni, dove ogni scarto si paga con lo scandalo o con una nuova storia di copertura.
Perché l’attualità non ha bisogno di essere gridata. Wilde insegna che la critica passa dalla bellezza. Che una frase ben detta può cambiare angolo di visuale più di un proclama. Qui si ride del superfluo per arrivare all’essenziale: che nome scegliamo quando ci presentiamo al mondo? È un modo di proteggerci o di perderci?
C’è un dato che conta: la commedia continua a essere tra i titoli più rappresentati del repertorio brillante in Europa, a distanza di oltre centotrent’anni dal debutto. Non serve altro per fidarsi del tempo. Sul palco di piazza Jannacci 126, in novembre 2026, ritroviamo la misura esatta del classico: familiare, eppure nuovo.
Per informazioni su orari e biglietti, il riferimento certo resta la comunicazione ufficiale del teatro. Il resto lo fa il passaparola, che in casi così è un invito più forte di qualsiasi manifesto.
Alla fine, tra un tè e un colpo di scena, resta un dubbio gentile: e se il nostro “Ernesto” fosse la parte più vera che non osiamo dire?
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