Una sera d’inverno, un sipario che si apre, una voce familiare che torna a vibrare. “Ahi Maria! Un teatro canzone per Rino Gaetano” arriva al Teatro Civico Roberto de Silva e mette al centro un’eredità viva, ironica, feroce e tenera. Le donne che popolano quelle canzoni, per una volta, parlano loro.
Il cartellone della Stagione Prosa Orizzonti accoglie “Ahi Maria! Un teatro canzone per Rino Gaetano”, firmato da Emilio Russo e con la presenza di Andrea Miró. Appuntamento al Teatro Civico Roberto De Silva in piazza Jannacci. La collocazione è a dicembre 2026; il giorno non risulta chiarissimo nelle comunicazioni preliminari, quindi è prudente verificare data e orari sui canali ufficiali del teatro prima di mettersi in coda al botteghino.
Hanno chiamato questo progetto “teatro-canzone”. Non è un’etichetta a caso. In Italia la forma ha radici solide, da Gaber a Jannacci: parola e musica sullo stesso livello, niente coretti ornamentali, ma racconto diretto, civile, personale. “Ahi Maria!” promette un gesto simile: anarchico nel tono, poetico nell’immaginario, irresistibile nel ritmo. Pop e colto, insieme. Un equilibrio che Gaetano conosceva bene.
Parliamo di un artista che ha attraversato gli anni ’70 con canzoni-sberleffo e carezze di verità. Sanremo 1978 con “Gianna”, il coro irrefrenabile de “Ma il cielo è sempre più blu”, la lama satirica di “Nuntereggae più”. Testi pieni di nomi, volti, strade, Italia. Non moralismi, ma lampi: risate che ti restano addosso e, poco dopo, diventano domande. Chi lo ha ascoltato una volta, di solito ci torna.
Ed è a metà che il quadro si apre davvero: lo spettacolo porta sulla scena le sue figure femminili. Le chiami per nome e arrivano: Berta, Aida, Gianna, Lucia, Maria, Daniela, Rosita. Fin qui le abbiamo cantate, le abbiamo fischiettate, forse citate a caso in una notte tra amici. Qui prendono corpo. Diventano sguardi, carne, tempo.
Un palco al femminile
Il dispositivo è semplice e spiazzante: un cast femminile di sette attrici, cantanti e musiciste attraversa l’universo di Gaetano e lo rimappa da dentro. Non il museo delle hit, ma un viaggio frontale. “Aida” si allarga come un affresco d’Italia che non smette di cambiare pelle. “Gianna” rimbalza tra libertà e consumo, desiderio e sorrisi storti. “Ahi Maria” gioca coi doppi sensi senza vergogna, ma lascia intravedere la fragilità di chi cresce a colpi di sogni e cadute. E “Berta” non è più solo una rima geniale: è un’andatura, una cadenza quotidiana, un mestiere che si fa storia personale.
La direzione musicale e la presenza scenica di Andrea Miró spingono il racconto verso un suono pieno ma nitido, senza sfoggio. La drammaturgia di Emilio Russo punta dritto alla voce: lessico semplice, ritmo che cambia pelle, ironia controllata. Si esce dall’idea di tributo, si entra in quella di dialogo. È qui che la tradizione del teatro-canzone torna utile: la scena non illustra, interroga. E quando le luci si chiudono su una parola sospesa, il resto del brano ce lo mettiamo noi, in platea.
Perché ci riguarda adesso
Perché Gaetano adesso? Perché quei nomi femminili, oggi, sembrano bussare con più forza. Non chiedono tutele retoriche; chiedono ascolto. In un’epoca di slogan e algoritmi, sentire sette voci che trattano i testi celebri come materia viva è un piccolo atto politico. Un gesto “libero e rivoluzionario”, anche quando resta “tenero e dissacrante”. Non è nostalgia: è manutenzione affettiva del nostro immaginario.
Se vi riconoscete in una frase, in un ritornello, in una risata strozzata, è normale: il repertorio di Rino Gaetano funziona così. Non mette d’accordo, mette in moto. E forse è questo il punto: uscire dal Teatro Civico Roberto De Silva con la sensazione che quelle donne ci camminino accanto, in piazza Jannacci, tra una vetrina e un semaforo. Quale canzone, stasera, sceglierà di parlarvi per prima?

