Una ragazza svedese entra in una classe di soli ragazzi. Trieste, 2007. Un gruppo si rompe, un equilibrio si ricrea. Un anno basta per capire cosa siamo disposti a lasciare di noi pur di far parte di qualcosa. Un anno per scoprire che i corpi parlano prima delle parole.
A Rho, al Cin&Città dell’Auditorium comunale P. Reina (via Filippo Meda 20), il nuovo film di Laura Samani arriva martedì 16 giugno alle 17:00 e 21:00, e mercoledì 17 giugno alle 21:00. Orari comunicati dalla sala. Il titolo dice già molto: Un anno di scuola. Ma la cornice scolastica è solo l’inizio.
Settembre 2007, Trieste. Fred ha diciotto anni, viene dalla Svezia, entra in un Istituto tecnico come unica ragazza in una classe di soli maschi. È curiosa, audace, solare. Davanti a lei tre amici di vecchia data: Antero, riservato; Pasini, seduttore istrionico; Mitis, protettivo. Il loro trio è una fortezza. L’arrivo di Fred la mette in discussione. Lo senti già nei primi sguardi, nei corridoi, nelle battute lasciate a metà.
Fred chiede una cosa semplice: far parte del gruppo. La risposta non è semplice. Per essere “una di loro” le viene chiesto sempre qualcosa. Un dettaglio del corpo femminile. Un silenzio di troppo. Una risata al momento giusto. È qui che il genere invade il quotidiano. I corpi maschili impongono spazio. Il corpo di lei viene letto, regolato, circondato. Eppure Fred prova a restare intera.
Il cuore del racconto arriva piano. Samani non fa proclami. Scava. Il desiderio corre sotterraneo. L’amicizia si incrina. Ogni gesto, anche minimo, pesa. Una fuga a Carnevale ridisegna le distanze. Un bacio sposta un baricentro. Una parola non detta diventa sentenza.
La regista affonda lo sguardo in quell’asimmetria che conosciamo. Gli uomini agiscono, le donne “appaiono”. È una regola tacita che attraversa piazze, palestre, case. Qui passa per un banco di scuola. Samani lo sa per esperienza diretta. E usa il cinema per trasformarla in materia viva, fisica, respirata.
Il montaggio respira. L’inquadratura osserva senza fare sconti. La luce segue la pelle, la postura, le esitazioni. C’è un’energia da Nouvelle Vague che non cerca la citazione fine a sé stessa. C’è uno slancio verso il futuro che si sente nelle gambe dei personaggi, non negli slogan. Chi ha visto l’esordio di Samani, Piccolo corpo, riconosce la fermezza dello sguardo e la delicatezza con cui tocca la ferita.
In sala, a Rho, il pubblico trova un coming-of-age asciutto e tagliente. Nessun abbellimento, nessuna posa. Il peso del desiderio. La paura di perdere gli amici. La tentazione di adattarsi. La rabbia quando capisci che “essere ammessa” può significare “esserne meno”. È scuola, sì. Ma è anche strada, famiglia, palestra, chat di gruppo. Non serve aver vissuto quella classe per riconoscersi.
Samani dirige con pudore e precisione. Non cede all’ovvio. Non giudica. Scompone la pressione sociale in gesti riconoscibili. Una mano sulla spalla che diventa controllo. Un messaggio che suona come prova di fedeltà. Una risata che nasconde esclusione. Il risultato è un film che interroga il presente del cinema italiano senza alzare la voce.
Perché parla chiaro. Perché mette al centro il patto d’amicizia e il prezzo dell’appartenenza. Perché ci ricorda che crescere è negoziare confini. Vederlo in sala, con altri corpi accanto, amplifica la domanda che il film lascia in sospeso. Chi siamo quando smettiamo di chiedere permesso?
All’uscita potresti sentire un rumore nuovo: non gli applausi, non i commenti a caldo. Il rumore leggero di un passo che cambia andatura. È tuo? O di qualcuno che cammina accanto a te nell’ombra della sera?
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