Una madre e una figlia si guardano da vicino, troppo vicino. Al Teatro Civico Roberto de Silva, in piazza Jannacci, arriva “La reginetta di Leenane”: un thriller psicologico che usa il quotidiano come un coltello smussato. Non fa rumore, ma incide.
C’è un brivido che si annuncia già dal cartellone. Aprile 2027, stagione di prosa “Orizzonti”. In scena Ambra Angiolini e Ivana Monti, dirette da Raphael Tobia Vogel, su testo di Martin McDonagh, uno dei maestri della drammaturgia contemporanea. I dettagli di orari e repliche non sono ancora pubblici. La dicitura “113 APR 2027” non risulta chiara: si attende conferma ufficiale del teatro. Meglio tenere d’occhio biglietteria e canali istituzionali.
McDonagh non fa sconti. Scrive dialoghi che tagliano corto. Ride amaro. Mette a fuoco i motori che smuovono una casa e poi la fanno crollare. Qui non c’è il giallo classico. C’è un noir domestico. I personaggi parlano, si feriscono, si curano, si devono qualcosa. E il pubblico decide da che parte stare. O se è possibile stare da una parte soltanto.
Un testo che brucia sotto la pelle
“La reginetta di Leenane” nasce negli anni Novanta ed è diventata presto un titolo di riferimento. McDonagh, poi noto al cinema per opere come “In Bruges” e “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, costruisce qui un meccanismo millimetrico. Ogni frase ha un sottofondo. Ogni gesto ha un conto aperto. La lingua è semplice, la tensione è alta. Non serve una scena grandiosa: basta una cucina, una sedia leggermente fuori posto, un silenzio che dura un battito di più.
Il punto centrale prende forma a metà, quando il rapporto al centro della storia si scopre per ciò che è. Non solo affetto. Non solo abitudine. È un legame che graffia. Un gioco di rancore, dipendenza e potere. Una madre e una figlia si ribaltano addosso anni di piccole omissioni. E intanto, la comicità nera apre spiragli. Si ride di qualcosa che non fa ridere. Ci si riconosce. E un po’ si arretra.
Due attrici, una trincea domestica
Ambra Angiolini porta una sensibilità concreta, corpo e voce che cambiano passo in un attimo. Ivana Monti ha la precisione delle grandi attrici di prosa, capaci di far vivere anche una pausa. In un thriller psicologico così asciutto, il margine è nelle sfumature: come si posa una tazza, quando si sceglie di non rispondere, dove cade lo sguardo. La regia di Raphael Tobia Vogel promette un taglio affilato: ritmo nervoso, attenzione al dettaglio, spazio che respira e poi si stringe. Al momento, non sono disponibili note di regia ufficiali; l’impianto scenico verrà comunicato dal teatro.
Questo è teatro che chiede partecipazione. Non offre morale pronta. Chiede invece una domanda semplice e scomoda: chi decide che cosa è cura, e che cosa è controllo? La famiglia diventa il luogo della contrattazione continua. Si tengono i conti con gesti minuscoli. Una telefonata non fatta. Una porta lasciata socchiusa. Una verità rinviata a domani.
Il Teatro Civico Roberto de Silva conferma una linea di programmazione che guarda lontano e scava vicino. Un classico recente, attori popolari ma rigorosi, un testo che non teme il conflitto. È un invito a sedersi e a restare. A lasciarsi mettere alle strette da una storia che sembra piccola e invece apre crateri.
Biglietti e calendario? In aggiornamento. Conviene verificare su canali ufficiali del teatro prima di mettersi in fila. Intanto, vale la pena prepararsi. Non con spiegazioni, ma con tempo e attenzione. Con la disponibilità a stare nella stanza con loro. E a chiedersi, uscendo, quale gesto della nostra giornata nasconde un patto di cui non parliamo più.

