Una ragazza in viaggio verso l’oceano, una famiglia che esiste solo nei racconti, un paese che ha imparato a non guardare. Romería – Il mare dei ricordi è un film che ascolta il silenzio, entra nelle case, e chiede cosa resta quando la memoria si incrina e lo stigma copre tutto come nebbia salmastra.
Marina ha 18 anni, un cognome che non conosce fino in fondo e un mare da attraversare. Arriva in Galizia cercando la famiglia del padre biologico. Incontra zii, cugini, voci che non aveva ancora sentito. Il film segue i suoi passi con pudore. Niente forzature, niente rivelazioni a effetto. Solo stanze che si aprono, tavoli apparecchiati, fotografie che brillano di luce obliqua. È qui che Romería – Il mare dei ricordi costruisce il suo spazio: quello in cui i tasselli non combaciano ma iniziano, finalmente, a parlarsi.
Carla Simón, regista catalana premiata a Berlino con Alcarràs e autrice dell’autobiografico Estate 1993, torna sul terreno scivoloso del ricordo. Lavora per sottrazione, affida il racconto alle parole di chi c’era e a quelle pause in cui ognuno capisce da sé. Non cerca l’oggettività. Cerca un’eredità emotiva. E ci mette dentro il dubbio, la vertigine, la fatica del chiedere “perché” a parenti che per anni hanno preferito non dire.
Ho preso questo film durante una rassegna locale, in una sala piena di sussurri. Nella penombra ho annotato una frase: “le case ricordano più di noi”. È una sensazione che Romería trasmette bene. Quando un parente di Marina sposta una sedia o sceglie una parola invece di un’altra, capisci che i muri hanno trattenuto tutto.
Memoria privata, storia collettiva
A metà, il film apre il varco. Il nodo non è solo familiare. È pubblico, storico. In Spagna, tra anni Ottanta e Novanta, la dipendenza da eroina e la diffusione del virus HIV hanno spezzato una generazione. Dati ufficiali dell’epoca indicano che una quota molto alta dei casi di AIDS era legata all’uso di sostanze iniettive: un fenomeno sanitario e sociale insieme, vasto e spesso taciuto. La transizione democratica portava entusiasmo e libertà, ma molte famiglie, per paura e vergogna, sceglievano il silenzio. Romería intercetta quel rimosso e lo riporta alla luce senza proclami, con gesti minimi. Le “cicatrici invisibili” non diventano spettacolo; restano, coerentemente, cicatrici.
Questo equilibrio è la forza del film. Non c’è didascalia militante. C’è la precisione con cui Simón intreccia la memoria intima con la Storia. Ci ricorda che lo stigma non è un’astrazione, ma una crepa che attraversa tavolate, fotografie, eredità affettive. E che la mancanza di parole, alla lunga, pesa quanto un lutto.
Il cinema come restituzione
Romería, che nel mondo ispano richiama la tradizione del pellegrinaggio popolare, usa l’idea del cammino per costruire un metodo: andare, ascoltare, ricomporre. Lo stile è asciutto, quasi da diario. Il montaggio dà aria ai volti. Le musiche non chiamano alle lacrime. L’effetto è una fiducia rara nello spettatore. Si sente la mano di chi conosce la materia: dal lavoro con i non professionisti all’attenzione per i contesti rurali, tratti distintivi di Simón.
Elemento utile per orientarsi: il film dialoga con Estate 1993, ma sceglie un punto di vista diverso. Lì c’era l’infanzia che subisce. Qui c’è la giovane adulta che indaga. Cambia l’energia, resta la stessa onestà. Non risultano disponibili, al momento, dati certi su un’ampia distribuzione nazionale; la circolazione passa per rassegne e anteprime, come quelle organizzate in sale civiche e festival. È un circuito che favorisce il confronto dopo la proiezione, e qui il dopo è parte dell’opera: serve tempo per far sedimentare.
In controluce, Romería parla anche di noi. Di ciò che scegliamo di tacere per “proteggere” e finiamo per nascondere. Forse la domanda è semplice: quante porte teniamo chiuse a doppia mandata nella nostra casa interiore? E quale mare aspetta che finalmente lo attraversiamo, anche se fa paura, anche se il vento cambia? In quella risacca, i ricordi smettono di giudicare e tornano, piano, a farsi nome. E famiglia. Con tutte le sue crepe, finalmente visibili e, per questo, condivisibili.
