C’è una soglia invisibile che, anno dopo anno, sembra allontanarsi. Non è scritta su un cartello, ma nei numeri, nelle proiezioni, nei documenti tecnici che raramente finiscono al centro della conversazione quotidiana. Eppure riguarda tutti: il momento in cui si smette di lavorare.
Le cifre raccontano una storia silenziosa fatta di piccoli scatti in avanti, apparentemente marginali, ma destinati a cambiare l’orizzonte di intere generazioni. Un meccanismo che si muove lentamente, quasi senza rumore, e che solo quando si osserva nel suo insieme rivela la portata reale del cambiamento.
Le previsioni non arrivano da indiscrezioni o ipotesi astratte, ma da analisi tecniche elaborate nelle stanze del Ministero dell’Economia. Studi che incrociano dati demografici, aspettative di vita e sostenibilità dei conti pubblici. Un lavoro che guarda lontano e che, proprio per questo, spesso passa inosservato.
Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, l’ultimo rapporto di medio-lungo periodo della Ragioneria generale dello Stato disegna una traiettoria chiara: l’asticella dei requisiti potrebbe continuare a salire, mese dopo mese, seguendo l’automatismo legato all’aumento della longevità.
Solo a metà lettura, però, emerge il vero nodo della questione.
A partire dal 2029, lo scenario ipotizza un ulteriore innalzamento di tre mesi dei requisiti per andare in pensione. Questo porterebbe la pensione di vecchiaia a 67 anni e 6 mesi con almeno 20 anni di contributi, mentre la pensione anticipata arriverebbe a 43 anni e 4 mesi di contributi (un anno in meno per le donne). Dal 2031, potrebbero aggiungersi altri due mesi.
Numeri che trovano conferma anche nelle valutazioni dei sindacati. La CGIL, per voce della segretaria confederale Lara Ghiglione, sottolinea come l’aumento complessivo potrebbe diventare strutturale: secondo le proiezioni demografiche Istat, nel 2040 l’età per la pensione di vecchiaia arriverebbe a 68 anni e 2 mesi, mentre nel 2050 potrebbe toccare quota 69 anni. Parallelamente, per la pensione anticipata sarebbero necessari fino a 44 anni e 10 mesi di contributi.
Per il sindacato, si tratta di un percorso che va nella direzione opposta rispetto alle promesse di superamento della riforma Fornero, avanzate negli anni scorsi anche dall’attuale esecutivo guidato da Giorgia Meloni. L’automatismo legato all’aspettativa di vita, secondo la CGIL, rischia di penalizzare soprattutto giovani, donne e lavoratori impiegati in mansioni gravose, già colpiti da precarietà e carriere discontinue.
La richiesta è netta: fermare per legge il meccanismo automatico e aprire un confronto reale su una riforma che introduca maggiore flessibilità in uscita e pensioni adeguate. Perché dietro quei “tre mesi” apparentemente innocui, si nasconde una domanda sempre più urgente: quanto dovrà ancora aspettare chi lavora oggi per smettere di lavorare domani?
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