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Pensioni, dopo l’addio di Draghi arriva un arresto fatale alle riforme: cosa rischiamo il prossimo anno

Published by
Roberto Caccamo

Dopo l’addio del governo Draghi al Viminale la riforma delle pensioni subisce un ulteriore arresto. Chi deciderà la riforma delle pensioni?

Con la caduta del Governo e le dimissioni di Draghi, la riforma delle pensioni tanto paventata in questi mesi subirà un rallentamento, almeno fino al prossimo ottobre.

Pensioni INPS (Pixabay)

Non si era mai arrivati ad una conclusione comune, visto che Lega e Movimento 5 Stelle auspicavano più flessibilità mentre il PD preferiva andarci coi piedi di piombo, e quindi anche per questa estate non ci sarà nessuna riforma delle pensioni.

Riforma pensioni, chi deciderà?

Alla situazione attuale, con Quota 102, gli italiani possono andare in pensione a 64 anni con 38 anni di contributi versati. Dal prossimo anno, 1 gennaio 2023, tornerà in forze invece la legge Fornero; quindi età pensionabile a 67 anni sia per uomini che per le donne. Oppure, 42 anni e 10 mesi per gli uomini, 41 anni e 10 mesi per le donne.

Toccherà quindi alla prossima forza politica in carica scegliere quale destino avranno le pensioni per il prossimo anno. Il tempo è troppo poco perché si arrivi ad una conclusione in questi pochi mesi ed è quindi probabile un ritorno in toto alla legge Fornero. Se alle prossime elezioni del 25 settembre dovesse vincere il centro-destra (Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia) allora è probabile una continuazione di quota 102, cosa poco probabile se dovesse vincere invece il centro-sinistra del PD che, invece, porterebbe avanti misure come Ape Social e Opzione Donna. Improbabile, invece, il ritorno a Quota 100 per problemi relativi all’esborso in denaro di tale misura.

Pasquale Tridico, Presidente dell’INPS, ha invece suggerito di permettere ai contribuenti di andare in pensione in due tranche: a 63-64 anni con la sola quota dell’assegno calcolata con il metodo contributivo, oppure al compimento dei 67 anni, percependo però l’assegno pieno. In questo modo i costi non sarebbero eccessivi per casse dello Stato e, al contempo, si riuscirebbe a risparmiare nel tempo.

C’è un’altra proposta che riguarda le pensioni: 1.000 euro al mese per tutti. Quest’ultima iniziativa proviene da Silvio Berlusconi, che già in passato aveva portato le pensioni minime a 1 milione di lire, ma che risulta di poca attuabilità a causa dei costi troppo elevati.

La riforma delle pensioni verrà quindi decisa dalla forza politica che riuscirà a vincere le prossime elezioni, ma le strade da percorrere non sembrano essere troppo lontane da quello che già è stato visto in questi anni.

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Roberto Caccamo

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